La nuova definizione di dolore proposta e approvata dall’International Association for the Study of Pain (IASP) definisce il dolore come «Una esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a, o simile a quella associata a, un danno tissutale reale o potenziale». Una delle note che accompagnano tale definizione recita: «La descrizione verbale è solo uno dei diversi comportamenti per esprimere il dolore; l’incapacità di comunicare non nega la possibilità che un essere umano o un animale provi dolore»1.
Da una prospettiva veterinaria, ciò rappresenta un riconoscimento definitivo del dolore animale e pone i veterinari nella posizione di dover svolgere un ruolo proattivo nel diagnosticare e gestire il dolore animale. Molti sforzi sono stati compiuti in questa direzione negli ultimi quindici anni e diversi gruppi europei e statunitensi si sono già impegnati nello sviluppo di protocolli per la rilevazione, la misurazione e il trattamento del dolore animale: la crescente disponibilità di scale per la valutazione del dolore acuto e cronico, di cui alcune tradotte e validate in lingua italiana2-5, e di linee guida per la gestione del dolore nel cane e nel gatto6,7 ne sono buoni esempi.
Con l’approfondirsi delle conoscenze sui meccanismi fisiopatogenetici alla base del suo sviluppo, il dolore ha assunto connotati diversi, configurandosi non più solo come sintomo, ma anche come vera e propria patologia a sé stante.
Da un punto di vista fisiopatologico il dolore si sviluppa grazie all’attivazione del sistema nocicettivo, un dispositivo di allarme precoce in grado di annunciare la presenza di uno stimolo potenzialmente dannoso, ed è il risultato di quattro distinti processi fisiologici: la trasduzione di uno stimolo nocivo (meccanico, chimico, termico) in un segnale elettrico da parte dei nocicettori; la trasmissione del messaggio dalla periferia al midollo spinale, al tronco encefalico, al talamo e infine alla corteccia somatosensitiva; la modulazione del messaggio sia in senso facilitatorio che inibitorio, che si attua a livello midollare e di centri sopramidollari, e infine l’integrazione corticale. L’attuazione di tale catena di eventi fisiologici non è un processo statico. La continua sollecitazione del sistema nocicettivo che fa seguito a un danno tissutale e/o il suo diretto interessamento a seguito di una lesione nervosa comportano infatti la possibilità che a carico del sistema nervoso (SN) periferico e centrale si instaurino numerose modificazioni biochimiche e strutturali a loro volta responsabili di una risposta esagerata (sensibilizzazione) del SN nei confronti di stimoli anche innocui. Il dolore è dunque un fenomeno dinamico in cui, a seconda della causa che ne è all’origine, si avvicendano diversi meccanismi fisiopatogenetici in grado di modificarne lo sviluppo, il mantenimento, i caratteri e le conseguenze. Su questa base, esso può essere classificato in transitorio, infiammatorio, neuropatico e disfunzionale (o nociplastico)8 (Tabella 1).
Dal punto di vista terapeutico, uno degli aspetti più attuali e clinicamente rilevanti consiste nell’approccio multimodale alla gestione del dolore, ovvero l’utilizzo in combinazione di diverse strategie terapeutiche, quali farmaci analgesici, tecniche di agopuntura e fisioterapia, nonché interventi nutraceutici.
Negli ultimi anni si stanno accumulando sempre più evidenze scientifiche sugli effetti benefici dei derivati della Cannabis e delle ALIAmidi come trattamenti “add-on” nella gestione del dolore cronico. La scoperta del sistema endocannabinoide e il riconoscimento del suo coinvolgimento in molteplici processi fisiologici, tra cui spicca l’interferenza con il dolore, ha infatti aperto lo scenario per una possibile modulazione delle sue funzioni utilizzando i derivati della Cannabis e le ALIAmidi quali palmitoiletanolamide (PEA) e palmitoilglucosamina (PGA) come intervento analgesico terapeutico9,10.
Le due review che seguono si prefiggono fare il punto sull’impiego dei derivati della Cannabis, della PEA e della PGA nel cane e nel gatto. Una conoscenza approfondita, basata sull’evidenza scientifica, circa efficacia e tollerabilità di tali molecole è fondamentale per un loro corretto impiego clinico nel trattamento di condizioni dolorose in entrambe le specie.
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